La fantasia è come un'idea: non cerca verità, la crea

mercoledì 30 aprile 2014

Ritratto al nero di seppia


Ho  scoperto, sapete, sapori che ricordano le voci delle armoniche. A volte vedo vecchi ricordi cantare e parlare, loro mi cercano senza intoppi né rattoppi. E sono loro che mi lanciano richiami di vecchi sofà macchiati e di grandi orizzonti scordati. Amici miei dell'Alba, siamo passati e centrifugati, come profumati fondi di caffè, amici miei che cantate, vorrei vedervi stonare ma non credo che questo possa rientrare nei miei parametri da scocciata conformista, coscienza disfatta. 
Bimbo che racconti storie d'amore a microfoni dall'aria perplessa, sei una foto viva e sbiadita che parla quando il tempo si fa da parte. Grazie ai Beatles che rompono le corde di chi si è fatto troppo distratto da dimenticare tutto. Voi, scoppi randagi che si nascondono sotto le tettoie a farsi beffe degli anni, piccole fiamme che ruzzolano giù dal burrone ridendo, riaggiustatemi i pensieri più sinceri. Staranno da qualche parte per strada. Siamo in quella pausa lenta che ricorda la notte, i banchi e i libri, che non si sporca di battaglia, che parla come se avesse guardato solo in alto. Siamo il rifugio delle parole cullate e delle canzoni, qui ci sono destini senza dubbi, solo archi pronti a scoccare. Qui siamo i nostri ieri, siamo vivi e amiamo sperare.

giovedì 10 aprile 2014

La mia gente

Chi ha mai visto le mie persone?
Sono scolpite in vetro e ferro e camminano come giraffe, sentono i suoni della terra e delle tempeste. Avete mai visto la pioggia della mia gente? è traslucida di sudore e imperlata di piacere, è nascosta di rossore e nuda come il pudore. La mia gente è quella che si nasconde e sorride di sguincio, è timida la mia gente e decorata di sfregi sottili. Hanno un viso di fulmini. 

E quando si agitano diventano incubi, o sogni dispersi in altri luoghi. E quando baciano sono più veri del presente e più lontani del ricordo. Le mie persone si disperdono come biglie sguinzagliate e impaurite, loro rotolano. Mi circondano come onde e si schiantano tra loro senza possibilità di perdono. Impattano corpo su corpo e poi si ricordano chi sono. Ci sono boccioli che fioriscono e muoiono e altri che appassiscono e si ritrovano. Egoista è la mia gente, così trasparente da svanire, tanto scura per fallire. Creano vettori infiniti per ciò che sono, e s'intrecciano gli occhi per la paura. 
Sono cieche per scelta, le mie persone, e piangono alla svelta per non far rumore.

domenica 9 febbraio 2014

I rifiuti umani

Una parola per i violenti, per favore, che nessuno arriva mai a fare carità a certe persone. Una parola per gli arrivisti e i bugiardi, per i traditori, i clown e i bastardi. Le maree più belle sono tutte occupate, agli scarti gli scarti e le rime cariate. Perché credo che i cattivi abbiano fame, che viaggino sotto un marchio cubitale, che dimentichino di essere miscela, niente è solo bianco o così si spera.
Una parola per chi legge qui i suoi pensieri strani, la fama scura e i segreti profani. Sei certo tu di poterti salvare? Di non essere preda del maestrale? Io chiedo a voi la carità, sono arrivista, bugiarda, clown e bastarda. Traditrice non so ancora, ma c'è chi può testimoniare che i miei scarti non fanno troppo male. Gli orrori si prendono a braccetto i pianti, le scuse si trascinano ai lati delle rughe quando gli scarti porgono il piattino: "Una parola, per favore, per chi hai vicino?". 
Gli errori si danno delle bastonate sulle dita, che in fondo un giorno si mangia una vita. Abbiamo dei destini irrimediabilmente rosicchiati, da tarme, denti, destini fallati. Credo che ci sia voglia di ridere quando si pugnalano i cattivi, quando si additano i pentiti fuggitivi. Discorsi per esorcizzare, paura di specchiare le unghie sporche, tutte quelle smagliature contorte che graffiano addosso, tu non sei mai stato bianco perché sei rosso. E sei nero cobalto sei grigio come asfalto e non puoi dire perché sei mille cose che vanno a morire e altre mille nascono in me in te e non bastano. 
Abbassa il dito e fai la carità, poi girati, accovacciati e andiamola a chiedere anche noi, amico, con un piattino in mano, ce la faranno gli scarti che abbiamo lontano. E poi ridiamo, perché gli orrori arrivano piano con i pianti alla mano e perlomeno quando camminiamo ridiamo. Ricordarti del bianco, è un tuo colore, che non si spaventi e vada altrove, che non si nasconda sommerso da spazzatura, che sia sempre ricordato anche nella mente del condannato.

lunedì 13 gennaio 2014

Fior di pelle


La verità dei visi spalancati mi sconvolge, amico, e le vittime nascoste nelle tue vene le sento così vicine da ascoltarle bisbigliare. I tuoi moti tettonici scostano anche i miei terremoti. Siamo due gatti stropicciati e agganciati che costruiscono un'impalcatura di tempo e tempesta, un baluardo di cartapesta. 
Sai come venirmi a trovare, amico, quando nessuno ti scorge, quando non disturbi; con cadenza ubriaca insinuati nei miei passaggi, nei miei segreti, nei miei giri ondosi e sottintesi. I sentieri di pietra stan sempre lì a tremare quando ci corro sopra e tu sei l'arginatore del cemento, il propulsore sempre attento. E se ci arrivi fin qui, amico, io mi farò la strada a ritroso con passo silenzioso. Stiamo solo con le anime vaganti a riscaldarci nei corpi, a ricordarci, a ricondurci sulle vie di questo ingorgo strano. Di questo pantano. Sei un mosaico di suoni zitti in attesa alla stazione, di discariche che dipingono i prati, di acciaio colorato.
Finché non ti scorgo resto sedata, ammasso di rovi e di aria sudata. Le galassie mi paralizzano così tanto, il tempo i secondi e i grandi pensieri, dimentico i segmenti disegnati solo ieri. Io allora resto qui disfatta, raccogli le tue tangenziali affollate e vienimi a raccattare. Chiodo disperso nel manto glaciale, scioglimi e avvampo, ricordami e straripo. Amico, grazie di aver capito.

martedì 7 gennaio 2014

Le vite degli altri


Odio i centrini ricamati sui tavoli sporchi che non sanno che fare e si mettono a fissare, odio i vagabondi spezzati in giacca e cravatta che recitano poesie stecchite di bile, tutti incrostati in risate che non sono loro. E le passeggiate stonate da voci intrappolate. 
Se odio cammino, se cammino guardo e se guardo sono razzista. Razzio i singulti, le attese, manipolo a brandelli le voci che mi piovono a cascata. Paranoica mancata. Chi non ruba muore, e se non si colora si sfascia, si sfalda e cola giù. Cammino a mosaico, i miei momenti sono tutti trionfi sottratti a passanti distratti. E sono quella ferma ad aspettare, la mia è una memoria plurale.
La psicopatia è soltanto ondeggiare tra le voci degli altri e una visione crepuscolare. E se mi dai due penny lanciati in strada ti faccio riprendere l'immagine rubata. Ci disegno un po' sopra e un po' la stropiccio. I collezionisti sfogliano le espressioni da perfetti conoscitori, canaglie e ladruncoli, e ne fanno tesoro. Si accarezzano con delle parole che non sono loro e bevono dagli scarti ignorati. 
Se cerchi un secondo perso, ricordati a chi domandare, i collezionisti sono agli angoli e stanno lì a guardare.

sabato 21 dicembre 2013

Moto Caotico


Le oscillazioni spaventose delle coscienze fanno pensare a immensi pendoli, che fluttuano un po’ di qua un po’ di là in un liquido non meglio identificato. Le ombre seguono sempre i corpi che non sanno stare da soli, che si spostano dal picco del sole, sono oscurità e non sanno dove andare, cercano disperatamente un ritmo da celebrare.
Le fluttuazioni sono azioni che si ripetono, e le direzioni sono infinite rette che ruotano attorno a un punto. Le strade. La pesantezza del corpo rallenta, la stasi guarda con goduria a quelle coscienze che restano appese e imbalsamate, si spostano appena solo per effetto di qualche corrente passeggera. E altri poi fanno salti temporali, vorticano impazziti perché la posizione non è una loro caratteristica. Cercano, cercano, cercano. E creano dei vortici attorno a loro, degli incredibili tornadi di vento che travolgono gli altri pendoli vicini, risucchiano tutte le oscillazioni; sono un buco nero che collassa, una supernova di movimento. Non datemi un ritmo lento di fianco, non mettete una stasi in questa traiettoria, sono una massa distruttiva che rade al suolo. 
I lividi sono gli scontri violenti, sono due ritmi che sbagliano a muoversi e fanno boom insieme. I segni restano sui sottili pendoli, i fili si aggrovigliano in un nodo intricato; ma le oscillazioni continuano e le coscienze vacillano annodate. Quando i fili verranno liberati, nessun corpo toccherà più l’altro, ognuno avrà il suo nuovo ritmo. E la strada? La traiettoria? Si viene spinti, la si ignora, la si sceglie, la si affida al caso. Ma le correnti spostano sempre su rette impreviste, il loro caos si libera dalle nostre previsioni. 

lunedì 18 novembre 2013

Una storia di traiettoria


Mi alzo, cammino, tre passi, Stop, altri due passi con movimenti lenti (ho una ferita stagionata sul ginocchio sinistro che scricchiola e disturba nei giorni di tempesta). La finestra, la guardo e vedo oltre:

Un ragazzo dai capelli salmastri che si aggrappano alle correnti di turno. La faccia è come una mela rossa sbucciata da poco. Sopracciglia scure, capelli scuri, sguardo scuro, occhi come pieni fino all'orlo di caffè nero. Ora vi racconto questa storia: 
Ci sono dentro io e un ragazzo caffeinomane. Il ragazzo parla molto di niente, è una cosa che ci piace. Con fare sciolto, mi si accosta all'orecchio sinistro, con la nocca sposta l'orecchino a forma di goccia e sussurra basso. L'orecchio mi solletica terribilmente, non sento tutte le parole che mi dice, la mia concentrazione è totalmente assorbita dalla voce rauca di fumo, bassa, che mi entra nella schiena. Non lo capisco, ma faccio un leggero cenno con la testa, voglio assecondargli la voce. Lui si allontana soddisfatto, mi aveva chiesto di incontrarci di nuovo. Non so dove, non so quando, il ragazzo aspetta. Non so dove, non so quanto. 
Ho fatto giri infiniti della città. Di questa e di altre, con il rossetto in tasca, sfumatura cremisi n. 24, pronto all'uso. I passi erano un susseguirsi ritmico di parole rauche accennate, a volte bestemmie, a volte canzoni. Le strade erano fiumi neri, con correnti impetuose che lambivano le caviglie. Quelle strade si sono prese una volta il mio ginocchio sinistro. Ho corso, poi camminato, poi rallentato, poi zoppicato. Il ragazzo con i capelli scuri e gli occhi di caffeina mi aspetta. Io, da parte mia, faccio attenzione, guardo bene, sono anni che mi alleno a osservare. Sono cose che non si possono sapere, che forse capiterò nel luogo della sua attesa.